Ron Howard a Cannes racconta Richard Avedon: “Con le sue foto ha trasformato il mondo della moda”

Cannes – Sessant’anni di fotografie, un archivio immenso, scatti che spaziano dalle copertine di Harper’s Bazaar e Vogue alle campagne provocatorie con le top model anni Ottanta, ma anche i ritratti di star come Marilyn Monroe – mostrata come la vera Norma Jean – o i Beatles, leader come Malcolm X o la coppia presidenziale Donald e Nancy Reagan, progetti politici come le foto in Vietnam, vietnamiti fotografati con le loro ferite, i generali americani responsabili della guerra accanto al collettivo hippie di Andy Warhol. Richard Avedon è stato il fotografo di moda più celebre del Novecento, un personaggio complesso, provocatorio ben restituito nel documentario di Ron Howardpresentato a Cannes in anteprima mondiale.

“Siete il primissimo pubblico che vede il film – ha detto Ron Howard presentandolo al festival – ringrazio tutto il mio team e la famiglia Avedon che ha sostenuto questo progetto: ci hanno aperto i loro archivi ma soprattutto il loro cuore. Quello che amo profondamente dei documentari è il fatto che il processo di scoperta è molto diverso rispetto a quando lavori a un film narrativo. Anche nei film di finzione vieni sorpreso dalla tua sceneggiatura ma nel caso del cinema documentario arrivi sul set con una sensazione di aspettativa. Quello che abbiamo scoperto con molta emozione è che l’ambito del viaggio creativo di Richard Avedon è qualcosa di straordinario perché ha saputo catturare il momento in modi così diversi attraverso il cambiamento e la transizione e ha saputo coniugare idee, stile ed estetica”.

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La fondazione e la famiglia hanno dato pieno accesso al regista che ha potuto utilizzare tutto l’archivio, nel film ci sono circa venti testimonianze comprese quelle dei suoi più stretti collaboratori, di tante modelle con cui ha lavorato tra cui Isabella Rossellini, del figlio John che disvela il lato più intimo e complesso della personalità del padre. Un uomo che aveva investito tutte le sue energie nel lavoro perché come dice in un’intervista inserita nel documentario “i figli crescono, i sentimenti cambiano, l’attrazione sessuale viene meno ma il lavoro c’è sempre”.

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Il documentario ricostruisce sessant’anni di lavoro, dalle prime esperienze del ventenne Avedon che entra a far parte del parco di fotografi di Harper’s Bazaar, lo sbarco a Parigi nel ’47 mentre la Francia faticosamente si rialzava dopo la guerra e Dior rilanciava l’alta moda e per restituire al mondo il glamour francese si ispira al cinema di Fred Astaire e Ginger Rogers, fino al 2004 quando il fotografo – nel pieno del lavoro – morì di un’emorragia cerebrale a 81 anni. È curioso come poi l’arte e la vita si siano intrecciati nel ’57 in Funny face con Audrey Hepburn e Fred Astaire, storia di un fotografo e una libraia, chiaramente ispirato al suo lavoro e al suo primo matrimonio.

Per il fotografo americano la macchina fotografica era un mezzo per trovare la verità attraverso la finzione, fondamentale fu la lezione appresa nei suoi primi scatti. Quando da Parigi invia l’immagine di una modella in lacrime, la sua caporedattrice gli replica “Non si può essere tristi con un cappello Dior in testa”. È Avedon a trasformare la fotografia di moda in qualcosa di vivo e in movimento, a sorprendere fin da quella immagine celebre, per Harper’s Bazaar, Dovima e gli elefanti del ’55, ben prima di un altro celebre scatto “animale” quello del pitone con Nastassia Kinski del 1981. Tutti i soggetti con cui ha lavorato raccontano il suo metodo di lavoro anticonvenzionale, se aveva cinque giorni per una campagna ne passava quattro a far festa, a divertirsi, a creare un legame con le modelle, spesso saltava e ballava con loro e poi “come un cacciatore” – come dice Isabella Rossellini – trovava il suo scatto. Anche per il celebre ritratto di Marilyn Monroe, quello conosciuto come “la Marilyn triste”, Avedon scatta tantissimo, prima di riuscire a cogliere la vera donna dietro il personaggio.

Dopo la proiezione molto applaudita, il regista di A beautiful mind e Apollo 13 ha ripreso il microfono per ringraziare il pubblico: “I festival sono importanti, il cinema continua a essere centrale e vitale ma è il pubblico che partecipa a un festival come questo che lo dimostra. Da chi vive e respira cinema da tutta la vita grazie”.